Recensione: Veronika decide di morire

veronikaCredo che molti di voi siano a conoscenza della querelle che si è scatenata a proposito del fantasy. Genere alto o basso? Moro o biondo? Domande a cui non devo essere io a rispondere, ma voi lettori. E proprio a voi mi rivolgo oggi. Seguo il consiglio di Eleas, G.L., Licia e Lara, proponendovi una recensione. Niente di diverso dal solito, sapete che mi diverto un mondo a dare “consigli per gli acquisti” e che sono contentissimo quando vengono seguiti e apprezzati.

Sono molto affezionato a questo romanzo. Tanto da inserirne una piccola citazione ne “Il Silenzio di Lenth”, nell’introduzione del personaggio di Gabriel. La prima volta che lo lessi fu ai tempi delle superiori. Era il primo anno se non sbaglio, quello in cui si entra in un mondo nuovo, dove tutto viene rimesso in discussione, dove di certezze ce ne sono davvero poche. Prima di allora avevo divorato pochissime cose, “Dorian Gray” di Wilde, “Le Streghe” di Dahl e molti “Piccoli Brividi”.

Sperimentavo appunto.

Poi una compagna di classe mi consigliò questo romanzo. Considerate che io sono sempre scettico sui consigli, a meno che la persona con cui sto parlando non abbia gusti simili ai miei. Reputo infatti la lettura un qualcosa di intimo, personale; la scelta di un libro deve essere sensata, ragionata, non modaiola.

Eppure provai a leggerlo. Ne valse la pena, ne restai folgorato.

Abbandonate tutte le “regolette” scontate dello scrivere, “Show don’t tell” vari e “infodump molesti”. In Coelho c’è questo ed altro. Anzi, questo autore fa del raccontare un vanto e dell’infodump necessità; questo per dire che si possono infrangere tutte le convenzioni di questo mondo, risultando sempre gradevoli, ma soprattutto continuando ad essere Scrittori.

Tutto iniziava con un’idea che prende forma. Così, all’improvviso. Un giorno Veronika capisce di non voler più vivere nella gabbia della quotidianità, di non volersi trascinare per sempre nel limbo dei sensi. Vuole morire, suicidarsi. E lo fa pianificando tutto con cura: giorno, mese, anno, dose. 11 Novembre 1997, due scatole di sonniferi, effetto istantaneo o quasi. Ma qualcosa va storto. Veronika perde i sensi e si risveglia in una clinica psichiatrica.

E’ tenuta in vita da tentacoli di plastica e macchinari luminosi. Ma vuole ancora morire. E’ assistita da strane infermiere sempre occupate a leggere. Ma vuole morire lo stesso. I dottori la sottopongono a vari esami, le somministrano farmaci. Poco per volta il dubbio si insinua in Veronika, ma lei lo scaccia con decisione.

Fino alla notizia.

Il medico le dice che il suo tentativo di suicidio ha compromesso il cuore. Le rimangono cinque, sei giorni di vita al massimo. Eppure, la prima cosa che pensa Veronika non è “vittoria”. Affatto. E’ il dubbio, che piano soppianta l’idea. Quella stessa idea che, prendendo forma, l’ha portata a compiere il gesto. Ma come tutte le idee, anche questa torna con prepotenza a sommergerla.

Ed ecco quindi che si convince di aver fatto la cosa giusta. Forse è un segno del cielo se il suo tentativo di suicidio la porterà effettivamente al suicidio, nonostante le sgradite interferenze. Sarà un suicidio lento e innaturale, giorni che la metteranno a dura prova.

Costretta nella clinica psichiatrica, Veronika inizierà a vivere, scoprirà che la sua vecchia esistenza ordinaria era, per l’appunto, troppo ordinaria. Le barriere della società, che credeva insormontabili, appaiono d’improvviso fragili e irrisorie. Non sono muri eretti dal mondo, ma muri che lei stessa ha innalzato.

Capirà troppo tardi l’importanza della vita, sebbene il colpo di scena, a tratti prevedibile, sia dietro l’angolo.

“Cogli l’attimo” sembra una frase banale, ma rivela una saggezza di fondo non indifferente. Dobbiamo davvero avere una sentenza di morte davanti per vivere? Dobbiamo davvero ridurci a macabre riflessioni sulla “natura matrigna” per apprezzare ciò che ci è stato dato?

Le statistiche dicono che la maggior parte delle persone pensa, almeno una volta nella vita, al suicidio. Solo una piccola parte però – anche se in continua crescita – trasforma l’idea in azione. Coraggio? Codardia? Secondo me niente di tutto questo, o tutto quanto. Bisogna essere codardi della vita e coraggiosi nella morte o coraggiosi nella vita e codardi nella morte?

Veronika sceglie ambedue le strade e ambedue la portano al medesimo risultato. Ciò che cambia, alla fine della fiera, non è tanto il risultato, ma il modo in cui si arriva al risultato. Il percorso, la linea bianca da seguire, quella che si snoda su un nero disseminato di ostacoli.

La morte attende sempre Veronika, ma se prima lei l’accetta col sorriso sulle labbra, sul finire ha paura. Ha paura perché ha da poco cominciato a vivere. Con pienezza almeno. Ma questo è davvero la via giusta da seguire, solo perché si dà importanza alla vita?

Un eterno dilemma, che Coelho riesce ad analizzare in poco più di un centinaio di pagine. In questi casi non ha importanza la quantità di carta, ma le parole che vengono scelte.

Una scelta che nel romanzo è identificata nell’idea di Vita e nell’idea di Morte. Se solo Veronika fosse stata più folle nella sua vita, se solo avesse conosciuto prima gli strambi pazienti della clinica psichiatrica. Forse il suo destino sarebbe stato diverso, forse, perdendo le inutili inibizioni, avrebbe affrontato se stessa e la propria esistenza in maniera diversa.

Forse.

Splendido e chiarificatore il dialogo di Veronika con Zedka, una paziente della clinica:

[Zedka] “Ricordi la prima domanda che ti ho fatto?”

[Veronika] “Che cos’è un matto?”

“Proprio così. Questa volta ti risponderò senza giri di parole: la follia è l’incapacità di comunicare le tue idee. E’ come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua.”

“Ma è qualcosa che abbiamo provato tutti.”

“Perché tutti, in un modo o nell’altro, siamo folli.”

PS: Cliccate qua per vedere il fantastico trailer del film, con Sarah Michelle Gellar.

9 Comments

  1. luca intanto ti ringrazio per aver aderito all’iniziativa, ne approfitto per pubblicizzarla se me lo consenti: se amate il fantasy e non avete voglia di sentirvi dire che non capite niente oltre al genere succitato, stiamo facendo una raccolta di recensioni. Inviatemele e le metteremo in questa directory che ho intitolato “Fantastico il non fantastico”. Uno degli scopi è anche quello di mostrare il fantastico proprio là dove apparentemente non c’è. La mia mail la trovate sul mio sito.

  2. @Eleas: Pubblicizza pure! Anzi, mi accodo anch’io: se avete letto un romanzo e ve la sentite di parlarne, inviate le vostre recensioni!

    @Lauryn: Eh? Cos’è che non hai capito scusa? XD Devi assolutamente leggere questo romanzo!

  3. ah un attimo vedo che è la figlia del sangue. Un attimo, spiego meglio l’idea è di recensire libri NON fantasy, libri non di genere che ci hanno colpiti.

  4. Eleas, credo che Lauryn intendesse quel commento da cancellare, solo che non lo trovavo perché era stato messo nello SPAM =P Quindi ha capito il senso del “non fantasy” ^^’

  5. “Veronika decide di morire” è un libro che si fatica a definire romanzo, per il modo in cui è stato scritto, senza alcun rispetto nei confronti di uno schema narrativo e con troppe divagazioni mediche e filosofiche (a tratti inutili oserei affermare).

    Ma è il messaggio quello che più conta di ogni altra cosa in questo libro, al di là della struttura esterna. Coelho racconta la storia di una ragazza che ha deciso di morire, e nel farlo tuttavia ha riscoperto il senso, non gratuito, della propria esistenza. Eppure la trama si sviluppa veramente con una piccola manciata di elementi: poco o nulla accade nel racconto, dove i personaggi sono pochi ma ponderati e soppesati da una incredibile quanto inverosimile e stancante saggezza, che si ripete in ogni lettura dello scrittore. Tante, moltissime pagine affrontano il tema della malattia, attraverso divagazioni scientifiche che stonano nel fuori-luogo, restituendo non pochi dubbi sulla lettura in generale, che si appella a un sistema nozionistico particolarmente tedioso e poco abbordabile da parte del pubblico.

    La trama risulta quasi inconcludente e fatica a perseguire un proprio discorso, anche se si risolve abbastanza semplicemente, o forse troppo velocemente, in un finale che restituisce molti spunti di riflessione, risollevandosi complessivamente dall’incertezza della prima parte.
    Eppure Coelho non ha firmato la sua opera migliore.

    VOTO 6,5/10

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