14 giu

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Mare di Libri – Domenica 16 Giugno

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Piccolo post per ricordarvi che lunedì pomeriggio, alle ore 16:30, sarò ospite al festival Mare di Libri di Rimini insieme a Chiara Codecà. Vi lascio con qualche informazione in più:

Ore 16.30, Palazzo del Podestà, Sala Civica

PRENOTAZIONI CHIUSE, BIGLIETTI DISPONIBILI AL PUNTO INFORMAZIONI IN PIAZZA TRE MARTIRI
C’ERA UNA VOLTA IL FANTASY
Incontro con Luca Centi e Chiara Codecà
Editoria, cinema e tivù si rivolgono sempre più alle fiabe di ieri per raccontare il fantasy di oggi. Da Cappuccetto Rosso a La Bella Addormentata, linguaggi che si evolvono e si incrociano per raccontare ai ragazzi storie antiche in forme nuove. O c’è di più? Scopriamo il fantasy di oggi e soprattutto quello di domani insieme a due dei massimi esperti (e appassionati) in Italia.

26 mag

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Recensione: Il Grande Gatsby

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«Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.»

Ho letto Il Grande Gatsby ai tempi delle superiori e questa è la frase che più mi è rimasta impressa, fra tutte. Una frase che penso racchiuda in sé il senso intero del romanzo, la sua tragicità, a cavallo tra il “comico” e il “grottesco”.
Sì, perché è grottesca la realtà rappresentata da Francis Scott Fitzgerald, fatta di colori accecanti e insegne abbaglianti, due aspetti del libro che Baz Luhrmann, il regista del film, è riuscito, a parer mio, a evidenziare. Di sicuro non si può gridare al capolavoro, ma si tratta comunque di un’operazione riuscita. Me ne sono accorto parlandone con una mia amica che, pur non avendo letto il romanzo, è riuscita, tramite il film di Baz Luhrmann, a coglierne il messaggio.
Perché alla fine si riduce tutto a questo, a un messaggio. Ogni autore o regista o cantante vuole comunicarne uno con i suoi romanzi, film o canzoni.
E il film ci riesce con delle immagini visivamente perfette e con una colonna sonora curatissima. Su questo punto vorrei spendere però due parole in più. Baz Luhrmann poteva contare su artisti come Lana del Rey, Florence and the Machine, Beyoncé, Jack White, Bryan Ferry e tanti altri ancora, invece ha preferito puntare unicamente su “Young and Beautiful” di Lana del Rey, che ci viene propinata in tutte le salse; capisco il volerla rendere leitmotiv dei personaggi di Daisy e Gatsby, ma la sua presenza nelle due ore e mezza di durata del film è stata – oggettivamente – eccessiva.
Personalmente avrei dato maggiore spazio sia al pezzo di Jack White che a quello dei Florence and the Machine. Questi ultimi poi, con “Over the love”, hanno reso perfettamente l’idea del romanzo, la nostalgia che impregna le pagine di Fitzgerald, ma anche la drammaticità che si fa man mano sempre più evidente sul finire.
Sugli attori nulla da dire. Questo non sarà di certo il film che permetterà a Leonardo di Caprio di vincere l’agognato, e meritato, Oscar, ma ha permesso al pubblico di vederlo in ruoli diversi. L’attore, infatti, è riuscito a interpretare tutti i “personaggi” di Gatsby: l’uomo d’affari risoluto, il sognatore, l’innamorato, il nostalgico, il boia e la vittima. Incantevole e credibile anche Carey Mulligan, che già in Shame aveva lasciato intravedere le sue indubbie capacità.
L’unica nota negativa, forse, sta nella durata. Alcune parti potevano essere eliminate, specie verso la fine. Baz Luhrmann invece ha preferito rallentare proprio negli ultimi minuti, confondendo un po’ gli spettatori (qualcuno, accanto a me, stava addirittura sbadigliando); una scelta coraggiosa che poteva, però, essere evitata.

In sostanza mi sento di consigliare il film a tutti, dal lettore al neofita per intenderci. Il messaggio giunge forte e chiaro, accompagnato da immagini splendide, attori perfettamente calati nella parte e una colonna sonora suggestiva e precisa.

Ps: QUI la canzone dei Florence and the Machine.

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24 mag

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Ridare un senso

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Qualcuno mi ha fatto notare che dovrei prestare maggiore attenzione a questo blog. Che dovrei curarlo di più, ridargli quella voce che sembra aver perso. Questo qualcuno ha ragione. Negli ultimi mesi ho un po’ dimenticato il suono della voce di questo piccolo angolo virtuale. Un luogo in cui sfogarsi, in cui condividere notizie piacevoli (ma anche meno piacevoli), in cui scrivere recensioni e chiedere pareri.

Si è trasformato in una semplice vetrina, con news sui romanzi e informazioni generali su presentazioni e date. Il senso è stato perso. Vorrei quindi condividere con voi l’articolo di un amico. Un autore:

«Voglio trovare un senso a questa condizione
Anche se questa condizione un senso non ce l’ha.»

Vasco Rossi, una canzone che da giorni continua a ronzarmi in testa. Perché la verità, diciamolo pure, è che questa condizione è davvero incasinata. Priva di senso, per dirla come lo direbbe lui. Si legge. Si scrive. Si pubblica. Ma per ogni romanzo pubblicato ce ne sono dieci che restano sepolti, nascosti in qualche cartella del computer dove ogni tanto si clicca sbadatamente. E per caso si riprendono tra le mani quei manoscritti dimenticati che non vedranno mai la luce.
Perché l’editoria è un business alla fine e poco importa se tu hai trovato una chiave di lettura originale a una tematica bistrattata. Resta pur sempre una tematica bistrattata e come tale abusata. E abusato, nella migliore delle ipotesi, comporta una pubblicazione “di cortesia”, senza troppa pubblicità o fronzoli.
Un tempo scrivere non era considerato un lavoro ma neppure un semplice hobby. Dava di che vivere, permetteva di dedicarsi solamente alla parola, alla lettura, alla ricerca del bello. Ora, però, i tempi sono cambiati. Scrittura equivale ad ornamento, ad accessorio, a quel qualcosa che non permette di pagare le bollette ma che fa tanto figo (nella peggiore delle ipotesi) o maledetto (nella migliore). Scrittura è business, come dicevo, lo dimostrano le decine di agenti letterari che snobbano gli autori promettenti a favore di quelli di impatto (dove “impatto” sta per “scabroso o macabro o raccomandato o ghost writer”. Non c’è più un senso. Il senso si è perso per strada.

E io non potrei essere più d’accordo.

21 mar

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Leggere e scrivere

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Post particolare quello di oggi, nato per puro caso, durante un pomeriggio ozioso trascorso a navigare online.

In un recente articolo ho letto una dichiarazione abbastanza particolare di Joss Whedon (l’essere che più si avvicina a DIO secondo il mio personalissimo parere). Alla domanda “hai mai visto Lost?“, Joss Whedon ha risposto semplicemente “no. O si fa televisione o la si guarda“.

Perché ritengo quest’affermazione shockante? Per il semplice fatto che la reputo poco veritiera e poco adatta a un personaggio del calibro di Joss Whedon. Secondo questo ragionamento infatti anche uno scrittore potrebbe dire “o si legge la letteratura o la si fa“, giusto? Invece, sempre secondo il mio personalissimo parere, un autore vive proprio di letteratura. Più di una volta infatti mi è capitato di trovare ispirazione nella lettura, di riuscire a superare gli ostacoli di una scaletta ingarbugliata seguendo le orme di scrittori ben più capaci.

Ispirazione, è questa la chiave. Non dico copiare (moralmente sbagliato in primo luogo ma al tempo stesso svilente) ma quantomeno basarsi su plot twist o scelte narrative ben consolidate. Uno dei primi consigli che mi vennero dati fu: “non importa come sia la tua storia; se non riesci a riassumerla in una semplice frase c’è qualcosa di sbagliato“. Ed è vero. E’ un consiglio che tengo sempre bene a mente quando comincio a scrivere, prima che trame e sottotrame si annodino creando confusione. Se si ha bene in mente l’inizio e la fine non ci si può sbagliare. Ma per farlo c’è bisogno di conoscenza dei mezzi e i mezzi si conoscono solo leggendo.

Pensiamo anche solo alla semplice costruzione dei periodi e dialoghi. Io adoro il modo di scrivere di Agota Kristof, le frasi corte, appuntite come coltelli. Non sempre posso riproporle perché non sempre si piegano a ciò che sto scrivendo, ma quando posso penso a lei e al suo stile. Non potrei farlo se non avessi letto i suoi libri. Così come non avrei potuto imparare a gestire i tempi narrativi se non avessi divorato tutta la produzione della Rice o della Rowling ecc.

Per questo ritengo che Joss Whedon abbia “toppato” nell’intervista. Se uno scrive, deve leggere, così come un regista deve avere conoscenza della produzione televisiva o cinematografica in circolazione. E’ importante anche dal punto di vista commerciale, per capire come sono orientati i gusti del pubblico/lettori e delle case editrici/case di produzione.

Ma questo, come dicevo, è solo il mio personalissimo parere.

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