Recensione: Al Diavolo piace Dolce

diavdolce“Bette Robinson, ventisettenne newyorchese, ex impiegata di banca che sogna di trovare il principe azzurro, non crede alla sua fortuna quando viene assunta dalla più famosa agenzia di pubbliche relazioni di Manhattan con il compito di organizzare i party più esclusivi. In equilibrio sui tacchi a spillo, Bette diventa una delle migliori del suo campo. Ma una mattina, dopo una festa, si ritrova nel letto del playboy più ambito della città. È vestita solo di un paio di boxer Dolce & Gabbana e capisce di essere in un mare di guai. Non si ricorda nulla della serata precedente, ma è sicura di una cosa: non può essere stata con un tipo simile. Bastano poche ore perché il suo nome finisca sulle copertine di tutti i rotocalchi. Per l’agenzia è un trionfo, il ritorno di pubblicità è immenso. Ma per Bette è un vero inferno. Per assecondare la sua carriera sta pian piano perdendo il controllo della sua vita…”

Se dicessi che questo romanzo non ricorda “Il diavolo veste Prada” mentirei spudoratamente. Anche perché non si limita a poche coincidenze, ma ad una trama quasi del tutto simile. La precedente opera di Lauren Weisberger aveva come protagonista Andrea, una ragazza pasticciona che si ritrova di punto in bianco in un ambiente sofisticato e chic, con un dittatore come capo e una sfilza di modelle anoressiche come colleghe. Ecco, anche nella sua seconda opera si parla di una ragazza come tante, Bette, che si ritrova di punto in bianco in un ambiente sofisticato e chic e con delle colleghe anoressiche. Il suo boss però non è Miranda/Hitler, ma Kelly, una donna simpatica e a capo di una società di Pubbliche Relazioni, che si gode la vita e paga i suoi dipendenti per sballarsi alle feste e pubblicizzare locali e roba simile.

Altre differenze? Vediamo… c’è sempre il belloccio che viene scaricato sul finire, una sfilza di amici che si sentono traditi dal repentino cambiamento della loro amica e un simpatico cagnolino di cui l’autrice si dimentica sul finire. Peccato, poteva offrire spunti interessanti.

Anyway, come romanzo è nettamente inferiore a “Il diavolo veste Prada“, ma se non si è letto il romanzo precedente, può tranquillamente essere considerato un esempio di “buon chick lit”. La struttura è pressoché identica:

  • La protagonista ha un lavoro che non la soddisfa.
  • La protagonista trova un lavoro legato alla moda, ai grandi nomi e ad una clientela famosa.
  • La protagonista all’inizio tentenna, ma poi diventa esperta in tutto.
  • La protagonista perde ogni contatto con la sua vecchia vita.
  • La protagonista si ravvede, si licenzia e torna alla sua vecchia vita

Ecco, ho praticamente riassunto i primi due romanzi di Lauren Weisberger. Eppure mi sento di consigliare questo libro, perché fornisce una variante de “Il diavolo veste Prada“, forse un pochino meno incisiva e a tratti noiosa, ma pur sempre interessante. Senza contare che qualunque romanzo, se analizzato come ho fatto io, sembrerebbe un clone del genere a cui appartiene.

Voto: 6/10

2 Comments

  1. Clone o non clone? =/
    Intanto aggiungo alla lista, che non fa male..
    Anzi, sicuramente non fa male alla libreria..
    ma tanto ci rinuncio, ormai! xP

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