25 feb

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Recensione: La Lettrice Bugiarda

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Beh, non spaventatevi se trovate delle recensioni già lette. Ho deciso di spostarne qualcuna sul nuovo sito, forse per rendere meno doloroso il distacco dalla terra natia. Avrei potuto cominciare da Anne Rice, la Regina, ma poi ho deciso di iniziare dai livelli più infimi… non che questo romanzo sia poi così male. Diciamo solo che tutti i romanzi del mondo sfigurano se paragonati a quelli della Regina!

llbugiardÈ estate e l’oceano ruggisce al largo della città di Salem. Towner Whitney è tornata dove tutto è cominciato. La grande casa segnata dalla salsedine è avvolta dal silenzio. Eppure a Towner sembra ancora di vedere la sua gemella Lindley mentre, con lei, ride e legge il futuro secondo un’antica arte trasmessa di madre in figlia tra le strane donne della famiglia Whitney. Towner era fuggita da tutto ciò, prigioniera del senso di colpa e della follia. Perché l’ultima volta che aveva previsto il futuro, Lindley era morta. Quindici anni dopo, la scomparsa dell’amata zia Eva la costringe a fare ritorno. Per ritrovarla, Towner non ha altra scelta: deve affrontare il segreto che la lega indissolubilmente a Lindley. Un segreto che affonda le radici in un passato inconfessabile che molti, nel clan Whitney e nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Dalla madre di Towner, May, una donna dura e solitaria, che vive su un’isola sperduta, alla fragile Emma, marchiata da una ferita indelebile, fino a Cal, un ambiguo predicatore. Quando il corpo di Eva viene restituito dalle onde e un’altra ragazza scompare, Towner capisce di essere precipitata di nuovo nell’incubo di quella calda estate di quindici anni prima. Circondata dalle chiacchiere e dai sospetti, non può fare affidamento che su sé stessa. È questa l’eredità che Eva le ha lasciato: scrutare il futuro e distinguere vero e falso, odio e amore, realtà e sogno. Solo allora il velo che offusca il suo destino si solleverà.”

Prima di tutto una precisazione. Il titolo originale di questo romanzo è “The Lace Reader“, ovvero “La Lettrice di Pizzo“. Un titolo che dice tutto e niente, ma meno spoiler rispetto a quello italiano, che per poco non svela il colpo di scena conclusivo, quei tre/quattro capitoli finali che fanno rivalutare l’intero romanzo. Altrimenti palloso.
La storia è difatti ambientata a Salem, la città delle streghe, quella che tutti ricordano per le persecuzioni del seicento, figlie di un bigottismo – a parer mio – ben lungi dall’essere sradicato dalla nostra società. E che in questo romanzo è ben interpretato dai Calvinisti, una specie di gruppo religioso che raccoglie – passatemi il termine – la peggior feccia, spacciandone i membri per Eletti del Signore. L’anacronismo, se c’è, è accentuato dal fatto che i turisti apprezzano gli insulti che i Calvinisti rivolgono alle presunte streghe di Salem, credendo di stare assistendo a rappresentazioni cittadine, che pure non mancano.
Ma non è questo il punto.
La storia comincia con Towner, una giovane ragazza che vive in California e che decide di tornare nella sua città natale, Salem appunto, perché sua zia Eva è sparita. La sua permanenza, all’inizio temporanea, si allunga quando Eva viene ritrovata morta. Annegata. Da qui partono una serie di riflessioni della protagonista, che rievoca il suo passato difficile; ed è così che scopriamo di sua sorella Lindley, suicidatasi da adolescente. Scopriamo degli abusi che subiva, del perché, alla nascita, era stata affidata ad un’altra famiglia etc.
E’ difficile parlare di questo romanzo senza incappare nello spoiler, anche perché tutto ruota attorno al colpo di scena finale, quello che a pieno diritto viene considerato “uno dei migliori finali mai scritti”. Sono pienamente d’accordo! Se solo il romanzo fosse stato all’altezza del suo epilogo, lo avrei inserito tra i miei preferiti ma purtroppo non è così.

La scrittura di Brunonia Barry è pesante, il cambiamento del punto di vista – prima di Towney, poi del poliziotto, poi di un fantomatico narratore onniscente – non è mai ben chiaro e alla lunga tende a confondere il lettore. I dialoghi sono pochi, ma sufficienti a farsi una chiara idea della loro superficialità.
Per più di trecento pagine non accade nulla! Gli avvenimenti – che poi scopriamo essere – cardine non sono messi nel giusto risalto, si confondono con una serie di inutili episodi secondari. E ce ne sono molti, credetemi. Peccato che non siano funzionali alla narrazione, come accade per altri autori. Lo stesso Larsson, che sto leggendo in questi giorni, usa i suddetti episodi secondari per descrivere psicologicamente i suoi personaggi e le loro abitudini. Un uso quindi intelligente dell’inutile, il nulla che si fa storia.
Di questo avrebbe bisogno “La Lettrice Bugiarda“, che di fatto non è altro che un romanzo drammatico, con accenti thriller. Per tutta la sua durata viene menzionata di frequente la stregoneria, ma non viene mai mostrata. Ma questo, volendo, è un punto a suo favore. L’accennare qualcosa, piuttosto che mostrarlo, contribuisce a creare un’atmosfera particolare, mistica, che nemmeno centinaia di righe di descrizione riuscirebbero a rendere.
La lettura del pizzo, da cui il titolo, è una pratica antica. La lettrice, guardando attentamente le figure del pizzo, riesce a discernere il futuro, ad accettare il suo destino. Cosa che Towner, ovviamente, si rifiuta di fare. Lei vive nella negazione della realtà, spera di poter cambiare il suo fato ma anche il suo passato. Cosa impossibile ovviamente.
E poi c’è il sublime colpo di scena finale. Neanche tanto colpo di scena se devo dirla tutta. I più arguti  – o forse i più attenti, come me! – potrebbero anticiparlo in qualche dettaglio, con un minimo di fantasia. Certo, ci sono alcuni sviluppi che persino un indovino faticherebbe a prevedere, tanto sono sorprendenti. Ma non assurdi, badate bene. L’intero romanzo è disseminato di indizi!

Che dire, quindi? Non fatevi ingannare dalla – fin troppa – pubblicità che è stata fatta a questo romanzo. Prendetelo per quello che è, una storia drammatica fatta di violenze, abusi, morte. Ma anche di gioia, di speranza e di magia. Giusto un pizzico però.

Voto: 6/10

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23 feb

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Recensione: Il Diavolo Veste Prada

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idvprada“Vestiti di lusso, feste esclusive, cascate di flash e fiumi di champagne. Chi rifiuterebbe un lavoro nel mondo dorato delle riviste di moda? A ventitrè anni, con una laurea in lettere in tasca e in testa il sogno di diventare scrittrice, Andrea Sachs si presenta a un colloquio per un posto da assistente nella redazione di “Runaway”. Nessuno osa dire di no a Miranda Priestley, la regina indiscussa del fashion system globale e Andrea non fa eccezione. Accantonati felpe, blue-jeans e ambizioni letterarie, si ritrova a completa disposizione della mitica, esigentissima Direttrice. Eccessi e protagonisti di un universo dal fascino indiscusso nel racconto romanzato delle esperienze dell’autrice al servizio di Anna Wintour, direttrice di Vogue America.”

Con questo romanzo ho scoperto l’esistenza del cosiddetto filone Chick Lit. Trattasi di un genere nato negli anni novanta, con alcune “regole” fisse: protagonista femminile carismatica – anche se ci sono alcuni esempi di romanzi Chick Lit con protagonisti maschili -, ambientazione rigorosamente urbana e tanta, ma proprio tanta, spensieratezza. E infatti la parola chiave è: spensieratezza. Il lettore deve sapere a cosa va incontro leggendo un romanzo Chick Lit, non può e non deve aspettarsi tematiche profonde o spunti di riflessione particolarmente impegnativi. Un’altra cosa importante, da non sottovalutare, è lo stile. Deve essere fresco, vivace, pulsante, mai troppo pesante, mai troppo descrittivo, ma frizzante.

Il “Diavolo veste Prada” non fa eccezione, sebbene abbia rivoluzionato il genere Chick Lit così come la Regina – leggasi Anne Rice – rivoluzionò a suo tempo il filone gotico. A parer mio questo romanzo è il miglior modo per approcciare il genere. Oltre a conformarsi perfettamente ai suoi predecessori, con uno stile rapido e fluido, non annoia il lettore, ma lo spinge anzi a continuare la lettura. Di tanto in tanto fanno capolino i dovuti intermezzi “lenti” per così dire, ma non sono mai troppo pesanti, ben supportati dalla narrazione.

La storia oramai la conoscono pure i muri, ma in molti punti è diversa da quella dell’omonimo film. Oltre a fornire una migliore descrizione psicologica della protagonista – con i suoi vizi, il fumo, le sue crisi isteriche e la sua situazione familiare e sentimentale – ha una trama più semplice per certi versi, meno dispersiva. Tutto gira attorno ad Andrea, al suo senso di inadeguatezza, al suo graduale distacco dagli amici per favorire la sua crescita professionale. Ma i suoi stessi amici vengono descritti minuziosamente, non rimangono mere macchiette sullo sfondo Manhattanian-Chic come nel film. Senza contare poi le differenze: nel romanzo Alex è un insegnante e nel film, oltre a chiamarsi Nate, un cuoco. Sempre nel romanzo, Lily è una studentessa con problemi di alcolismo, nel film dirige una galleria d’arte. Ci sono anche differenze più sottili, minuzie che però danno una percezione diversa della storia.

La cosa in cui eccelle il film è la caratterizzazione di Miranda. La superba Meryl Streep riesce a mostrare punti di forza e debolezze del suo personaggio, grazie anche ad una sceneggiatura che rivela squarci della sua vita personale e familiare, in netta contrapposizione con l’immagine della donna forte, risoluta, capricciosa e viziata che spadroneggia nella redazione di “Runway”.

Quindi, che dire? Consiglio a questo romanzo a quanti vogliono passare qualche piacevole ora senza grilli per la testa. Non nascondo che, sebbene il romanzo sia distante anni luce da quelli che sono i miei gusti, mi sono fatto più di una risata. Penso che d’ora in avanti alternerò le mie solite letture con un romanzo Chick Lit, specie dopo i mattoni di Larsson che sono sì stupendi ma altresì spossanti. Non so se capita anche a voi, ma io non riesco a “vivere una storia” per più di una settimana. Come si dice, il troppo storpia. C’è sempre il rischio di non gustarsi più una bella storia solo perché non si è letto altro per mesi. Ben vengano quindi le alternative.

Voto: 8/10

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18 feb

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Fresh Start

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Due anni fa ho aperto il mio primo blog, su splinder. Un blog che ho aggiornato per due anni, il solo posto in cui rifugiarmi quando le cose andavano male e in cui sfogarmi quando avevo l’impressione che tutto attorno a me stesse crollando. Sono stati due anni di scleri, ora perché l’editor di splinder si impallava, ora perché mi crashava firefox a causa di plug in difettosi. Due anni, appunto, indimenticabili.

In questo periodo ho detto addio anche ad un altro sito, un portale di anime e manga creato nel lontano 2002, aggiornato con costanza per anni. Ma nella vita si sa, sono poche le cose che durano nel tempo. E la mia passione per gli anime e manga è pian piano diminuita. Non svanita, badate bene, semplicemente diminuita. Non acquisto più decine di volumetti al mese ma solo uno. Due al massimo. Ma in proporzione è cresciuta la mia passione per la lettura, tanto che avevo anche pensato di creare un sito di recensioni. Così, senza un vero e proprio motivo. Poi però mi son detto: a questo punto lascia tutto sul blog. Dopotutto le recensioni sono considerazioni personali e cosa c’è di più personale di un blog?

Quindi eccomi qui. Con l’aiuto della santissima e pazientissima Lauryn, sono riuscito in un’altra, titanica impresa. Un nuovo blog, con un editor niente male, che rende piacevole scrivere – senza alcuna crisi né corse contro il tempo perché firefox potrebbe decidere di imbizzarrirsi. In basso noterete la cover del romanzo; è piccina ma a breve inserirò quella grande! Stupenda, vero? La mia prima copertina, speriamo che non sia l’ultima! Ok, prima che mi commuova per l’ennesima volta, volevo ringraziare tutti voi. Grazie mille per il supporto =)

PS: Mi piange il cuore ad abbandonare i vecchi post, che ahimè non possono essere spostati – non senza un gran sbattimento (per parafrase le parole di Lauryn XD). Diciamo quindi che pian piano recupererò quelli a cui sono più legato. Con mooolta calma e pazienza.